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Oggi, TDoR

  • Nov. 20th, 2009 at 2:54 PM
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l saccheggio dei patrimoni immobiliari delle Università a favore dei privati, alla fine dell’ottobre scorso ha assunto il pomposo nome di Riforma Gelmini. Ciò che l’articolo 16 della Legge133/2008 (più nota come Decreto Tremonti) dava ancora come opzione, ora è diventato obbligo di legge, perciò ai Rettori delle Università si assegna il ruolo istituzionale di organizzare e perpetrare il furto.
Pare che alcuni Rettori abbiano accolto con entusiasmo la notizia, resa più gioiosa dal fatto che la sedicente riforma del ministro Gelmini, come già faceva la 133/2008, assegna alla Università trasformate in Fondazioni private anche i beni demaniali dello Stato attualmente in uso alle stesse Università. Le Fondazioni universitarie private potranno così incamerare qualsiasi bene immobile con cui siano venute in qualche modo in contatto, e non è da escludere che questo anno di attesa tra le due leggi sia servito proprio ad allargare a dismisura, con ogni pretesto, la lista dei beni in oggetto.
Vi è stato entusiasmo anche da parte della Confindustria, ed è pienamente comprensibile, se si considera che gli imprenditori privati, una volta entrati di diritto nelle Fondazioni, potranno mettere le mani su patrimoni immobiliari sterminati e di valore incalcolabile. La cosiddetta opposizione, come sempre, non si è opposta, dato che al saccheggio sarà ammessa anche la Lega delle Cooperative.
Piovono intanto le finte critiche di rito, del tipo: se i privati mettono i loro soldi nelle Università, le useranno a loro vantaggio; oppure si accusa la pseudo-riforma di essere “meritocratica”, come se il merito potesse essere valutato da persone che si distinguono solo per i loro demeriti.
Anche la fiaba secondo cui “gli imprenditori privati mettono i loro soldi” fa il paio con quella degli americani che invadono gli altri Paesi per portarvi la democrazia. I privati veri, a differenza dei privati delle fiabe, i soldi se li portano via, non li mettono. Nel caso delle Università poi non si tratta solo di soldi, ma anche di patrimoni immobiliari.
Ci si è sempre raccontato che c’erano due soggetti: i privati da una parte e lo Stato dall'altra, salvo poi scoprire che esiste in effetti un solo soggetto, cioè lo Stato privatizzatore, che distribuisce ai ricchi il denaro pubblico ed i beni pubblici accumulati tassando i poveri. Infatti, sempre in ossequio alla solita 133/2008, articolo 23bis, in questi giorni il parlamento viene chiamato a privatizzare anche la distribuzione idrica, così gli acquedotti costruiti con i soldi dei contribuenti e degli utenti saranno regalati ai privati; e, per le prevedibili rivolte popolari causate dalla mancanza d'acqua, il Trattato di Lisbona ha già previsto per il reato di insurrezione nientemeno che la pena di morte, da eseguire con rito sommario.
Se la Gelmini può ora pavoneggiarsi di aver varato una “riforma”, il ministro Brunetta viene addirittura accreditato dai media di star attuando una “rivoluzione”, che, manco a dirlo, consiste nel distribuire appalti pubblici a ditte private legate allo stesso ministro, che non solo fa comprare allo Stato sistemi informatici di dubbia funzionalità, ma persino tornelli. In questo ruolo di collettore di denaro pubblico per aziende private, il ministro Brunetta può essere definito il “Rumsfeld Italiano”. Come il Rumsfeld originale, anche Brunetta è uno squilibrato, ma svolge diligentemente il suo ruolo di saccheggiatore della spesa pubblica, agitando di volta in volta slogan di intransigente moralismo o efficientismo, a seconda del pubblico da abbindolare.
Che dei ministri sfacciatamente impresentabili, come l’abietto Brunetta e l’abulica Gelmini, che per di più fanno parte di un governo presieduto da un latitante, riescano poi ad accreditarsi comunque di un ruolo efficientistico e moralizzatore, è l’effetto di una criminalizzazione del lavoro, per cui chiunque lavora è sospettabile, come minimo, di essere un “fannullone”. Questa criminalizzazione non è accidentale o episodica, ed era riscontrabile anche prima delle campagne propagandistiche di un Pietro Ichino. Si tratta di una criminalizzazione ideologica e preventiva, che non si dà quindi caso per caso, semmai sono i lavoratori a doversi discolpare e a cercarsi di liberarsi dai sospetti singolarmente, poiché, come categoria, si trovano sempre in uno stato di inferiorità morale.
Si è sempre raccontato che il cosiddetto capitalismo - che sarebbe più realistico definire "assistenzialismo per ricchi" - abbia rappresentato una rottura rispetto al feudalesimo; si è raccontato anche che il sedicente capitalismo abbia liberato il lavoro dai vincoli feudali proiettandolo sul mercato, riducendolo a merce. In realtà neppure la Rivoluzione Francese ha mai liberato il lavoro da questi vincoli feudali.
Nella sua Storia della Rivoluzione Francese, Kropotkin notava con stupore che una delle misure dei governi “rivoluzionari” era stata quella di istituire dei “tetti” salariali, impedendo perciò ai lavoratori di vendere il proprio lavoro alle migliori condizioni. Il lavoratore quindi non poteva considerarsi proprietario della sua forza-lavoro, anzi questa era considerata di proprietà dello Stato.
A questo punto non ci si stupirà di scoprire che anche nell’Inghilterra ultra-liberista si limitavano per legge i salari, e il padronato inglese gridò allo scandalo di un ritorno al feudalesimo soltanto quando la legislazione limitò lo sfruttamento della manodopera infantile, grazie anche alle denunce di scrittori di grande popolarità come Charles Dickens. Il Diritto Civile napoleonico sancì ufficialmente la disuguaglianza tra padrone e lavoratore, stabilendo che nei conflitti di lavoro per il tribunale solo il padrone era da ritenere credibile sulla parola, mentre l’operaio era tenuto a portare prove tangibili. Ciò che il Codice napoleonico stabiliva in modo esplicito, oggi costituisce ancora un implicito senso comune. La condizione servile del lavoratore, il suo stato di inferiorità morale, conferisce automaticamente un piedistallo di superiorità morale a chiunque voglia criminalizzarlo, proprio perché l’onere della prova risulta rovesciato. Ad esempio, molti lavoratori del Pubblico Impiego sono finiti sotto il mobbing di Brunetta e al ludibrio dei media, non perché lavorino poco e male, ma, al contrario, perchè il loro buon rendimento mantiene basso il costo del servizio, e quindi impedisce di giustificare la cessione di quello stesso servizio in appalto a una ditta privata amica del ministro.
Le privatizzazioni sono furti, ma a causa dello status di subordinazione feudale del lavoro, possono essere fatte apparire come ventate moralizzatrici che mettono in riga dei lavoratori discoli.
Nel “Manifesto dei Comunisti”, Marx ed Engels contribuirono a perpetuare l’equivoco, proponendo di organizzare i lavoratori delle campagne in un esercito agricolo a leva obbligatoria, e quindi suggerendo che il comunismo non consista tanto nella proprietà comune dei mezzi di produzione, ma nella proprietà comune della forza lavoro; quindi un comunismo feudale, in cui il lavoratore vede confermata la sua condizione di servo della gleba.
Il distacco progressivo dell’idea comunista dalla difesa del lavoro, la deriva moralistica ed educazionistica del comunismo attuale, sempre impegnato nell’autocritica e nell’autofustigazione, costituiscono l’effetto di questo ingorgo ideologico, cioè del non aver mai affermato con chiarezza che la condizione preliminare del comunismo è la libertà del lavoro: la forza-lavoro deve appartenere al singolo e i mezzi di produzione a tutti.
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L'ultima frontiera dell'autopromozione

  • Nov. 18th, 2009 at 10:15 PM


Calzedonia per "Muro contro Muro": Enack Viljani e la scelta del completo del giorno.

(E non abbiamo nemmeno dovuto spendere una lira)
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Cazzeggiando su Google in attesa della cena sono incappata in questo.

A pagina cinque, avviso subito, si parla di Lorca.

Domattina lo leggerò con calma sul treno, poi magari dirò due righette di più nelle sedi (plurale voluto) apposite.

(Il titolo fa riferimento al tema del corso di etnologia che ho seguito io nella mia università, sull'arte rituale di una sperduta tribù di un altrettanto sperduto atollo di un ancor più sperduto arcipelago australiano. Praticamente, l'isola di Lost).
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Nov. 16th, 2009

  • 3:47 PM
titolo o descrizione

Web 3.0
(qui c'era una foto di maiali intenti ad annaspare nell'acqua)
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« Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." »





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Nov. 9th, 2009

  • 11:41 PM

Pubblichiamo l’intera documentazione clinica su Stefano Cucchi, a partire dal referto del medico del 118 delle ore 5.30 del 16 ottobre, fino ai diari sanitari del reparto detentivo del Pertini e al certificato di morte del 22 ottobre. Lo facciamo col consenso scritto ed esplicito dei familiari di Stefano, dopo aver trasmesso il materiale alla Procura della Repubblica di Roma e aver informato della nostra iniziativa l’Autorità garante della privacy. Abbiamo deciso questo passo perché da questa documentazione emerge come una moltitudine di operatori della polizia giudiziaria, del personale amministrativo e delle strutture sanitarie, abbiano assistito – inerti quando non complici – al declino fisico di Stefano Cucchi e fino alla morte. Ed emergono, con cruda evidenza, le contraddizioni, ma anche le vere e proprie manipolazioni ai danni di Stefano Cucchi e dell’accertamento della verità. E risulta soprattutto che Stefano decide di non nutrirsi e di non assumere liquidi – causa della morte, secondo i sanitari – “fino a quando non avrà parlato con il proprio avvocato” (così è scritto di pugno di un medico). Non gli fu consentito. Quella notazione è una sorta di confessione del delitto da parte di chi non ha saputo o voluto impedirlo. Balza agli occhi, in altre parole, che sulla morte di Stefano Cucchi non c’è alcun “mistero”: in quella documentazione c’è tutto. Il caso di Stefano Cucchi è diventato occasione di una riflessione pubblica sul nostro sistema di giustizia e sulle nostre strutture penitenziarie. Non solo in Italia. Ho ricevuto una richiesta d’informazioni da parte dell’ufficio londinese di Amnesty International intenzionata a condurre una propria inchiesta indipendente sulla vicenda.
(Abbiamo “cancellato” dalla documentazione nomi e cognomi del personale responsabile e alcune informazioni private su Stefano Cucchi, in nessun modo significative ai fini dell’accertamento della verità).



Innocenti Evasioni.net


Grazie a NUTOPIA 2

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7 Novembre 2009. Roma, Tor Pignattara

  • Nov. 9th, 2009 at 8:22 PM





L'indignazione, le lacrime di un'anziana alla finestra, i sorrisi ignari dei bambini, il dolore dei familiari, il silenzio, la rabbia del quartiere
 

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